
FINANZA, BANCHE CENTRALI e Bene Comune
FINANZA, BANCHE CENTRALI, BENE COMUNE
Pier Luigi Priori
Iniziamo a discutere le basi di un sistema da sempre presentatoci come un servizio utile alle attività produttive ed ai cittadini, ma che negli ultimi anni è cresciuto a dismisura, prevalendo completamente sui settori primario e secondario, indebitando Stati e cittadini, ed impadronendosi di beni, aziende, proprietà e risorse.
Le banche centrali in passato garantivano con riserve auree le loro emissioni di denaro, che si impegnavano a convertire in oro su richiesta. Finché le banche di emissione erano tenute a convertire le loro banconote in oro, quindi fino alla crisi del ’29, poi indirettamente fino all’abbandono del “Gold Exchange Standard” da parte del governo USA nel 1971, si poteva sostenere che le banconote alla loro emissione costituissero una passività (ed avessero un costo in oro) per la banca emittente. In altri termini, che l’impegno (in oro) della banca emittente le attribuisse un chiaro diritto di proprietà sulla cartamoneta emessa. Oggi le monete non sono più garantite da riserve di metallo pregiato, ed il costo di emissione del denaro è vicino allo zero (praticamente quello di stampa): il guadagno per chi lo emette è quindi quasi il 100% del valore nominale. Dal momento che il valore della moneta non è più dato da riserve auree ma dal suo valore convenzionale così come viene accettato dalla comunità delle persone che la utilizzano, è chiaro che è questa comunità utilizzatrice (lo Stato di pertinenza) che genera il valore della moneta ed è ad essa, non ad una banca centrale ridotta a mera tipografia, che questo valore deve appartenere.
Ogni logica avrebbe quindi voluto che, dopo l’abbandono del sistema di convertibilità del denaro in oro, come in un passato lontano il denaro fosse tornato ad essere emesso dai Ministeri del Tesoro, con le zecche delle banche centrali come loro semplice strumento. Ma nella colpevole indifferenza della politica le banche centrali hanno continuato ad attribuirsi indebitamente la proprietà del denaro che emettevano: questo sarebbe stato altresì accettabile se le varie banche centrali (a partire dai soci di quella europea) fossero appartenute ai Ministeri del Tesoro dei vari stati: da tempo invece la maggior parte di esse ha però azionariato privato, spesso costituito dalla grande finanza internazionale. La Banca d’Italia si definisce istituto di diritto pubblico, ma il suo azionariato è per circa l’85% in mano a banche private, con Intesa SanPaolo ed Unicredit come azionisti di riferimento: il resto appartiene a società di assicurazioni private ed ad altri enti. A titolo informativo, la nazionalità dei soci delle banche centrali di paesi più importanti del nostro è spesso addirittura disgiunta da vincoli nazionali: gli azionisti della Federal Reserve americana appartengono al Gotha dell’alta finanza, e comprendono le banche Rothschild di Londra e Berlino, Lazard Brothers di Parigi e le due banche Warburg di Amsterdam ed Amburgo. Il distacco degli interessi dei soci di importanti banche centrali dalle loro comunità di riferimento è stata una delle ragioni per le quali la globalizzazione, dopo una enunciazione di nobili principi e valori, è stata sin dall’inizio attuata con obbiettivi e modalità ben diverse, ed ha portato enormi vantaggi a ristretti gruppi finanziari e commerciali.
Il maggior assurdo del sistema finanziario moderno è proprio questo signoraggio primario della moneta (guadagno del “signore” nella sua emissione), che viene emessa da banche centrali che, teoricamente di diritto pubblico, sono però di proprietà di gruppi finanziari privati. Grazie alla commistione di interessi fra l’alta finanza, la politica e l’informazione, anche gli elettori nei nostri sistemi “democratici” ignorano che la moneta non appartiene agli stati che ne chiedono l’emissione, ma a banche centrali pubbliche di nome, private di fatto: ed ancor più non sanno che gli stati quando necessitano di moneta invece di chiederne alle banche centrali la mera emissione, pagandone solo le spese di stampa, emettono debito pubblico ( in Italia Bot o altro), per un importo pari all’intero valore di emissione valutaria più l’interesse per il periodo di scadenza del debito, che poi portano allo sconto alla loro banca centrale. Questo assurdo è stato la maggiore concausa dell’enorme indebitamento degli stati moderni, a partire dal nostro: se è poi già scandaloso che il valore dell’emissione di denaro venga così regalato a banche centrali (di azionariato privato), il secondo scandalo è la moltiplicazione dei pani e dei pesci, il signoraggio secondario, e cioè come le banche commerciali possano poi prestare (o utilizzare per altri generi di operazioni) fino a venti volte più denaro di quanto ricevono a deposito.
Sarebbe stato socialmente doveroso e nell’interesse comune che in ogni paese (con moneta propria) fosse stato mantenuto l’equilibrio fra la quantità di denaro in circolazione e le risorse, i beni, la forza economica della sua comunità di riferimento: questo avrebbe contribuito a mantenerci in un sistema di progresso economico senza particolare inflazione (o deflazione). Alla fine il denaro, che avrebbe dovuto essere emesso dagli stati in relazione alla dimensione e vivacità della loro economia, è stato invece creato ed emesso a proprio esclusivo beneficio da un sistema bancario che poi lo ha anche artificialmente “moltiplicato”, come abbiamo visto avvenire negli anni appena trascorsi. Nel nostro paese (nonché in Europa e negli Stati Uniti) abbiamo così vissuto una fase di inflazione (ben superiore a quanto ufficialmente rilevato) ed indebitamento, cui ne segue ora una di demonetizzazione dei mercati, deflazione e recessione economica. Approfittando della crescita di morosità e fallimenti, il sistema bancario e finanziario ha potuto così impadronirsi di risorse di aziende e privati, proprietà immobiliari e non. Per ovviare alla carenza di liquidità del sistema gli stati hanno trovato più facile indebitarsi ulteriormente per venire in aiuto di un numero limitato di banche, anziché della massa dei loro debitori: questo “collo di bottiglia” non ha purtroppo permesso di risolvere il problema della generale mancanza di liquidità, ma ha aumentato la dipendenza dell’intero sistema da quello bancario, accrescendone la forza. Anche se in Italia la provincialità e marginalità del nostro sistema ha fin qui attutito alcuni degli effetti fin qui descritti (la grande finanza internazionale non è direttamente azionista della nostra banca centrale), a livello globale la recessione viene ancora pilotata da chi per ingordigia l’ha fatta scoppiare.
L’unica soluzione reale della crisi in cui ci dibattiamo sta nel ristabilire, a partire dall’Italia e dall’Europa, la sovranità di un potere politico che emetta direttamente moneta senza indebitare lo stato arricchendo le banche centrali (ed i loro soci), consentendo così il benessere economico del popolo, ora vittima di meccanismi che ignora. Per evitare l’inflazione, l’immissione di denaro dovrà avvenire pagando direttamente opere pubbliche, infrastrutture, ricerca, pubblica istruzione ed altre attività utili a sviluppare e rimettere in sicurezza il paese, e promuoverne lo sviluppo futuro.
Solo dopo aver ridefinito il nodo del signoraggio primario, ristabilendo la supremazia dei popoli sulle banche centrali, avrà senso ridefinire quello del signoraggio secondario: quello creditizio esercitato dalle banche di credito col potere di creare altro denaro dal nulla. L’entrata di alcuni governi, a partire da quello degli Stati Uniti, nella proprietà di diverse istituzioni bancarie travolte esse stesse dalla crisi che avevano contribuito a scatenare, potrebbe essere visto come semplice socializzazione delle perdite dopo la privatizzazione degli utili, un’arte nella quale il capitalismo italiano è stato precursore, oppure come segno di una prima inversione di tendenza, che sancisce la fine del liberismo selvaggio e la ripresa dell’ intervento politico in un campo, quello finanziario, ormai agli antipodi dai principi di economia sociale e bene comune.
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